Sono il gigantismo dell'immagine, la dimensione di questi oggetti, il passaggio dalla dimensione vitale, epica, ottimisticamente tecnologica della loro uscita in mare all'immobilità priva di speranza, a caricare i relitti di una carica simbolica che, come dimostra anche l'esperienza più recente di Kiefer o di Cucchi, continua ad agire come pretesto figurativo anche nella contemporaneità. I lavori recenti di Alberto Storari si pongono, dunque, all'interno di una tradizione nobile, senza però indulgere in nostalgie o in ostentate citazioni, concentrati come sono sulla definizione di un linguaggio pittorico estremamente raffinato e insieme aspro, dove la lucidità della visione e della composizione bilancia la durezza dell'iconografia. Ed è su questo punto di equilibrio tra disagio e gioia dello sguardo e dei materiali che la sua poetica si incontra con quella, all'apparenza di tutt'altra ispirazione, di Marco Di Giovanni, il secondo protagonista della mostra odierna. Le installazioni di Di Giovanni, infatti, colpiscono dapprima per la povertà dei materiali utilizzati, per l'essere a loro volta degli autentici relitti, destinati a scomparire una volta terminata la loro immediata funzione d'uso. Materiali antigraziosi, bidoni di latta, tubi arrugginiti, che Di Giovanni riattiva attraverso un processo che coinvolge tanto l'esperienza fisica della materia quanto quella più astratta dello sguardo, inducendo lo spettatore a un'osservazione prolungata, dalla quale emerge un'immagine nuova, e inattesa, degli oggetti stessi e dell'ambiente circostante. Senza forzare i criteri di lettura di due ricerche che si svolgono in piena autonomia, risulta comunque evidente come in entrambi i casi siano l'esperienza dello sguardo e quella della materia a guidare questi percorsi, anche al di là delle pure evidenze di immagine. La materia pittorica è per Storari il luogo del riscatto dell'immagine, della sua metamorfosi in chiave visionaria, là dove i tessuti che emergono dal fondo, i bagliori dell'argento che attraversano la composizione narrano della ricerca di una bellezza al limite dell'estenuazione, eppure sempre controllata da una precisa coscienza del fare, dello strumentario a propria disposizione. Un vedere oltre la superficie, oltre la pelle del dipinto, che dialoga con il vedere ambiguo delle lenti di Di Giovanni, che presuppongono uno sguardo mobile, eccentrico, fondato però sulle leggi dell'ottica e su  quelle della fisica.                                     In entrambi i casi, dunque, è la paradossale, talvolta ironica talvolta drammatica, coincidenza degli opposti a far sì che questi relitti perfetti divengano altro da sé, apparizioni – concrete e per nulla fantasmatiche – di una volontà di stupefazione e meraviglia che nasce dalle immagini e dalle cose, dall'intensità dello sguardo e dall'abilità della mano.