Ho conosciuto Alberto Storari in un affollato giro per Artefiera, quando, già satura di immagini e di stanchezza, mi imbatto in un’opera di grandi dimensioni su un corridoio esterno, e ne sono ghermita, senza mediazioni. Un grande relitto immerso in una nebbia argentea sembra catturarmi nella sua atmosfera nordica e nebbiosa, dolce, misteriosa. Un imprinting suggestivo di una scoperta originaria, un approdo in un’isola sconosciuta, una visione nata come risposta a un bisogno inconsapevole che si materializza lì nell’istante dell’incontro. Non perdo tempo e lo cerco, arrivo al suo studio in una fredda giornata di neve. Nello studio c’è stato un allagamento, i relitti appesi a spogli muri di cemento sembrano galleggiare in un liquido specchio di inquietanti atmosfere. È già un allestimento: mi incanta e mi inquieta. Il senso di un naufragio e l’attesa di un porto sicuro è fortissimo e urgente. So che mi corrisponde, è una propensione familiare, ha orientato la mia vita.

Scegliamo le opere, mi sembra di dovere fare un recupero dei resti meravigliosi di un viaggio che emerge dalla memoria con le sue emanazioni sensuali, di cui gli oggetti portano le tracce. Giungeranno da lì a poco a un nuovo atelier asciutto e riscaldato, dove Storari potrà lavorare con maggiore conforto. Prenderanno poi la strada di questa mostra e di altri allestimenti per offrire sempre nuove suggestioni e nuovi approdi mentali. Un relitto sabbiato è una potente metafora di paralizzanti sogni bloccati, di vele che non si aprono al vento, di percorsi sofferti, barche arenate in caliginose atmosfere oniriche, dall’antico sapore romantico alla Kaspar Friedrich. Reverie, memorie di un tempo sospeso, di uno spazio misterioso dove abbiamo fantasticato immagini e narrazioni che scorrono sullo sfondo della mente. Il talento dell’artista visionario può fare emergere nello spettatore sensibile suggestioni misteriose e, dono impagabile, la commozione per la Bellezza ritrovata. Andare per mare è da sempre associato al sogno; il respiro del mare è il respiro della vita;  il movimento infinito delle onde e la spinta del vento sulle vele sono i movimenti stessi della vita, scalo dopo scalo, verso nuovi approdi, nuove avventure. Eravamo partiti per viaggi avventurosi. Dove ci siamo arenati? Che ne è stato dei nostri desideri, dei nostri sogni? E la poesia, amica dispersa nei mondi chiassosi e inutili in cui brancoliamo affannati? Depositiamo nelle opere il lutto della poesia e ne rinnoviamo l’acuto desiderio. Ma ecco che in una tonica e ventosa passeggiata sulla spiaggia di un mare d’inverno, la poesia arriva con il suo incanto malinconico, al passo ispirato delle struggenti e amare riflessioni di Robert Walser. Altri sogni, altri oggetti, altri ritmi, altri spazi saranno lo scenario di nuove realizzazioni. È la densità delle opere di Storari che affascina, questo andare dalla superficie delle cose alla profondità e ritorno, come schiuma di un mare in movimento, un inesauribile lavoro sull’emergere del  significato, tra le impalcature damascate della memoria. Un Nostos, la possibilità di ritorno in luoghi ormai immaginari e lontani ma dove abbiamo lasciato l’anima, qualcosa di noi che era legato alla felicità, alla leggerezza, alla eccitante curiosità. E che nel lento procedere della vita ha sedimentato emozioni sublimi. La letteratura e iconografia romantica ci hanno lasciato immagini impregnate di simboli archetipici della lotta dell’umanità nel suo transitare burrasche e tempeste della vita, da cui il tema del vascello fantasma che emerge da un altrove di cui la nebbia apre l’accesso e può ingurgitare ne suo ventre orrifico e infinito la fragile barca della nostra esistenza. L’esperienza estetica del sublime, per Edmund Burke, si coniuga con l’incanto e la meraviglia, ma anche con la paura dell’irrapresentabile, categoria estetica e psicologica che affonda nell’inconscio personale, nelle esperienze oscure e indicibili di ogni persona e che l’artistam può fare emergere. Per Novalis il visibile è sospeso all’invisibile, il percettibile a ciò che non si può percepire, il pensabile è connesso a ciò che non è pensabile, giacché l’oggetto dell’arte non è il visibile ma ciò che non si vede, ma “che si sente”, come osservava K. Friedrich. I soggetti delle opere di Storari, la cui ricchezza polisemica si fa puro valore estetico, non hanno dei punti di riferimento, sono esperienze di sperdimento in un campo senza limiti. Se nei grandi relitti il soggetto sembra aprirsi un varco tra nebulose memorie d’infinito, nelle opere realizzate su volatili e delicate veline un restringimento di campo sembra oscurare, dall’esterno all’interno, il campo visivo del ricordo, chiudersi sulle tracce di territori percorsi nella luce e nel desiderio. Quanto accade nel loro nucleo espressivo non attinge ormai più al mondo esteriore ma a esperienze interiori di vuoto, solitudine meditativa e silenzio. E di attesa. Come il mitico Rex di felliniana memoria che passando nella notte nebbiosa sorprende il nostro sonno di antiche attese, così i sogni si allontanano sullo sfondo. Dovremo attenderne ancora e ancora il ritorno.